domenica 24 maggio 2009
giovedì 7 maggio 2009
Primo Maggio alla Certosa
Primo maggio e il pratino della Certosa, che generalmente vede spade cacche zoccole e morti, fa giocare i bimbi con la palla e con la bici.
Diego Claudia e Francesco sventolano la bandiera della pace. Claudia tenta di puntellarla per terra, mentre Diego è incantato ad ammirarne i colori arcobaleno. Francesco ci gira attorno, come in un rito antico. Altri giocano a pallone, altri ancora suonano la chitarra, e cantano. Mio Dio com’è bello cantare.
Cantiamo mentre tracanniamo bicchieri su bicchieri di vino rosso. C’è quello che Vania e Picchio hanno preso a viale della Primavera, non mi piace, è aspro, anche se va per la maggiore. Poi ce n’è un altro, dal sapore diverso, l’ha preso il mio amore, mi ricorda quello che bevevamo ininterrottamente a Montalcino, mentre preparavamo un festival internazionale sperduti in un casolare di campagna.
Tirare su un’altra bandiera, grandissima, rossa, con quel simbolo giallo che sembra oro se lo guardi alla luce del sole.
Sulle braci salsicce e bistecche. Ci sono le fave, cotte e crude, c’è il pecorino che Picchio si tiene bello stipato sotto al tavolo e lo centellina ai commensali. Andrea fa le foto. Francesca sembra un po’ giù. Maddalena sorride e Alessandro, suo figlio, non trova la damigiana dell’acqua, quella che doveva essere stata pulita ma poi scopriamo che era incrostata della peggior specie di schifezze.
Flavio ha l’aria di uno che si è calato qualcosa di chimicamente fantastico. Invece è semplicemente felice. Laura lo è decisamente di meno, Alice non l’ha fatta dormire neanche la vigilia del primo maggio. Tommy e i suoi fratelli intonano l’intero repertorio vetero comunista con la chitarra, e io mi ricordo quando durante le street parade fuggivo dai camion delle zecche per spalmarmi sotto a quelle techno. Ma mi ricordo che quando ne sentivo un paio, di nascosto, mi commuovevo.
Paolo, detto il professore, detto il presidente, detto anche belli capelli, con Maria Pia, la moglie bella bella con gli occhi d’acqua profonda. Enzo si perde sempre la piccola Emma, che vaga silenziosa cercando il papà ma pure chiunque altro che se la spupazzi un po’. Ma pure no. Vania arriva con tre torte che finiscono in una manciata di secondi. Claudio mi continua a dire che devo andare a fare quello che non so fare, mettere pace. Simone arriva già mangiato ma non dice no a un bicchiere di vino. Piera a un certo punto va a fotografare le fave del contadino. Anna alla quale voglio bene. Nello che ha falciato il prato la mattina presto. Luca, figlio di Maddalena, sorride e ascolta, ascolta tanto. Irene dice che ama Stephenie Meyer, almeno quanto a amo io. Rodolfo arriva con il cane. Move se la prende e Luca lo lega.
E all’improvviso c’è questa signora bassina, fisicamente una sommaria icona dell’alta borghesia. Messa in piega, talleur pantalone, trucco e botulino sparsi nei punti giusti, una specie di Marina Ripa di Meana versione 1 metro e 60. Questa imbucata si impone con perfidia, rivendica il diritto alla sua proprietà, quel fazzoletto di terra dove si vanno a bucare, dove vanno a cagare, dove abbandonano transessuali morti. Questa gretta personcina dice che ce ne dobbiamo andare, la terra è sua. Chiamo i vigili, chiamo la polizia, vi denuncio. Faccia pure signora, noi siamo qui.
Quando le domando se preferisce siringhe usate, merde di cane e zanzare tigre – che, è bene dirlo, molestano noi non lei – mi risponde stai zitta. Le ho risposto vaffanculo. Non è stata la risposta più adatta, ma se non altro mi ha impedito di staccarle un’orecchia a morsi.
Alessandra
Diego Claudia e Francesco sventolano la bandiera della pace. Claudia tenta di puntellarla per terra, mentre Diego è incantato ad ammirarne i colori arcobaleno. Francesco ci gira attorno, come in un rito antico. Altri giocano a pallone, altri ancora suonano la chitarra, e cantano. Mio Dio com’è bello cantare.
Cantiamo mentre tracanniamo bicchieri su bicchieri di vino rosso. C’è quello che Vania e Picchio hanno preso a viale della Primavera, non mi piace, è aspro, anche se va per la maggiore. Poi ce n’è un altro, dal sapore diverso, l’ha preso il mio amore, mi ricorda quello che bevevamo ininterrottamente a Montalcino, mentre preparavamo un festival internazionale sperduti in un casolare di campagna.
Tirare su un’altra bandiera, grandissima, rossa, con quel simbolo giallo che sembra oro se lo guardi alla luce del sole.
Sulle braci salsicce e bistecche. Ci sono le fave, cotte e crude, c’è il pecorino che Picchio si tiene bello stipato sotto al tavolo e lo centellina ai commensali. Andrea fa le foto. Francesca sembra un po’ giù. Maddalena sorride e Alessandro, suo figlio, non trova la damigiana dell’acqua, quella che doveva essere stata pulita ma poi scopriamo che era incrostata della peggior specie di schifezze.
Flavio ha l’aria di uno che si è calato qualcosa di chimicamente fantastico. Invece è semplicemente felice. Laura lo è decisamente di meno, Alice non l’ha fatta dormire neanche la vigilia del primo maggio. Tommy e i suoi fratelli intonano l’intero repertorio vetero comunista con la chitarra, e io mi ricordo quando durante le street parade fuggivo dai camion delle zecche per spalmarmi sotto a quelle techno. Ma mi ricordo che quando ne sentivo un paio, di nascosto, mi commuovevo.
Paolo, detto il professore, detto il presidente, detto anche belli capelli, con Maria Pia, la moglie bella bella con gli occhi d’acqua profonda. Enzo si perde sempre la piccola Emma, che vaga silenziosa cercando il papà ma pure chiunque altro che se la spupazzi un po’. Ma pure no. Vania arriva con tre torte che finiscono in una manciata di secondi. Claudio mi continua a dire che devo andare a fare quello che non so fare, mettere pace. Simone arriva già mangiato ma non dice no a un bicchiere di vino. Piera a un certo punto va a fotografare le fave del contadino. Anna alla quale voglio bene. Nello che ha falciato il prato la mattina presto. Luca, figlio di Maddalena, sorride e ascolta, ascolta tanto. Irene dice che ama Stephenie Meyer, almeno quanto a amo io. Rodolfo arriva con il cane. Move se la prende e Luca lo lega.
E all’improvviso c’è questa signora bassina, fisicamente una sommaria icona dell’alta borghesia. Messa in piega, talleur pantalone, trucco e botulino sparsi nei punti giusti, una specie di Marina Ripa di Meana versione 1 metro e 60. Questa imbucata si impone con perfidia, rivendica il diritto alla sua proprietà, quel fazzoletto di terra dove si vanno a bucare, dove vanno a cagare, dove abbandonano transessuali morti. Questa gretta personcina dice che ce ne dobbiamo andare, la terra è sua. Chiamo i vigili, chiamo la polizia, vi denuncio. Faccia pure signora, noi siamo qui.
Quando le domando se preferisce siringhe usate, merde di cane e zanzare tigre – che, è bene dirlo, molestano noi non lei – mi risponde stai zitta. Le ho risposto vaffanculo. Non è stata la risposta più adatta, ma se non altro mi ha impedito di staccarle un’orecchia a morsi.
Alessandra
sabato 2 maggio 2009
alessandra loves certosa
Arrivi a un punto in cui immagini di non voler condividere più nulla. Di tenere tutto per te.
Nascosto. Chiuso a chiave.
Perché attorno percepisci soltanto estraneità.
Vorresti andartene. Ma lo faresti con rammarico.
Poi accade che trovi il posto della mente.
Accade che il posto della mente diventa reale.
Sei uscito dal tuo quartiere squallido, dalla piccola città dentro alla città in cui vivevi, per approdare in un posto della mente.
Assomiglia alle grotte della tua anima. Poco illuminate, poco decorate, ma vitali, intense, diramanti energia.
Alle tue spalle, palazzine con casette in scatola. Un viavai triste per strada, tutti attenti a rientrare per non perdersi l’inizio del reality del momento.
Alle tue spalle i posti stretti, costipati, asfissianti e puzzolenti. Alle tue spalle il 90% della topografia urbana della tua città.
Adesso stai bene, il cuore è al riparo. Nutrito, condiviso.
Le energie riprendono il movimento.
La casa ha ritrovato il posto che merita, quello di un passaggio intervallato da altri. Le case degli altri, il bar, la piazza, la strada.
Il movimento viene dal basso.
Il movimento che viene dal basso risponde a un disegno divino. L’incanto e la condiscendenza ne sono le ovvie conseguenze. E chi non ne condividerà la sudditanza sarà destinato alla miseria.
Nascosto. Chiuso a chiave.
Perché attorno percepisci soltanto estraneità.
Vorresti andartene. Ma lo faresti con rammarico.
Poi accade che trovi il posto della mente.
Accade che il posto della mente diventa reale.
Sei uscito dal tuo quartiere squallido, dalla piccola città dentro alla città in cui vivevi, per approdare in un posto della mente.
Assomiglia alle grotte della tua anima. Poco illuminate, poco decorate, ma vitali, intense, diramanti energia.
Alle tue spalle, palazzine con casette in scatola. Un viavai triste per strada, tutti attenti a rientrare per non perdersi l’inizio del reality del momento.
Alle tue spalle i posti stretti, costipati, asfissianti e puzzolenti. Alle tue spalle il 90% della topografia urbana della tua città.
Adesso stai bene, il cuore è al riparo. Nutrito, condiviso.
Le energie riprendono il movimento.
La casa ha ritrovato il posto che merita, quello di un passaggio intervallato da altri. Le case degli altri, il bar, la piazza, la strada.
Il movimento viene dal basso.
Il movimento che viene dal basso risponde a un disegno divino. L’incanto e la condiscendenza ne sono le ovvie conseguenze. E chi non ne condividerà la sudditanza sarà destinato alla miseria.
martedì 21 aprile 2009
giovedì 9 aprile 2009
PROGRAMMA 19 APRILE

CIRO PRINCIPESSA
Un ragazzo della Certosa: 1979-2009
Domenica 19 aprile, dalle 16 alle 23, largo dei Savorgnan nello storico quartiere di Villa Certosa diventerà
piazza Ciro Principessa
in onore al nostro amico e compagno Ciro Principessa ucciso trent’anni fa per mano fascista.
Una giornata di iniziative contro la violenza fascista (di ieri e di oggi) e/o razzista e a favore di una richiesta ufficiale del quartiere alle istituzioni: cambiare il nome della piazza in maniera permanente e dedicarla a Ciro Principessa.
Tra gli ospiti - oltre a partiti, associazioni e comitati - ci saranno Militant A degli Assalti Frontali, la banda acustica Titubanda, Michelangelo Ricci con un reading di poesie, Laboratorio Orchestra Wawa di Nicola Caravaggio, Ponentino Trio, Coro Multietnico Romolo Balzani, il gruppo di cabaret Vladimiro, il gruppo teatrale Coro Majakovskij, il gruppo elettro-folk Unnaddarè.
Clown e intrattenimenti circensi per i più piccoli.
Un ragazzo della Certosa: 1979-2009
Domenica 19 aprile, dalle 16 alle 23, largo dei Savorgnan nello storico quartiere di Villa Certosa diventerà
piazza Ciro Principessa
in onore al nostro amico e compagno Ciro Principessa ucciso trent’anni fa per mano fascista.
Una giornata di iniziative contro la violenza fascista (di ieri e di oggi) e/o razzista e a favore di una richiesta ufficiale del quartiere alle istituzioni: cambiare il nome della piazza in maniera permanente e dedicarla a Ciro Principessa.
Tra gli ospiti - oltre a partiti, associazioni e comitati - ci saranno Militant A degli Assalti Frontali, la banda acustica Titubanda, Michelangelo Ricci con un reading di poesie, Laboratorio Orchestra Wawa di Nicola Caravaggio, Ponentino Trio, Coro Multietnico Romolo Balzani, il gruppo di cabaret Vladimiro, il gruppo teatrale Coro Majakovskij, il gruppo elettro-folk Unnaddarè.
Clown e intrattenimenti circensi per i più piccoli.
Iscriviti a:
Post (Atom)









